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L'assassino del buio

england fuck you
Titolo: L'assassino del buio
Fandom: Axis powers Hetalia
Personaggi: Inghilterra/Arthur Kirkland, America/Alfred F. Jones, Spagna/Antonio Fernandez Carriedo, altri
Rating: arancione
Genere: giallo
Wordcount: 5672 (contaparole di [info]fiumidiparole)
Avvertimenti: shonen-ai, linguaggio volgare, non per stomaci delicati
Note: scritta per il prompt "omicidio (su commissione)" del COWT2 di [info]maridichallenge
Summary: Un assassino che lavora solo quando è buio, un eroico poliziotto alla sua caccia e una storia d'amore con un inglese che lavora in una coffee house insieme ad uno spagnolo sempre allegro. Questa è la loro storia.

Potete anche leggerla su EFP



2 febbraio, ore 19:00

Il peso e la freddezza del fucile di precisione che ha tra le mani lo rassicurano. È appostato da circa mezz’ora sul freddo terrazzo esposto al vento gelido -e deve ringraziare il cielo che non piove o nevica- aspettando che il suo obiettivo si faccia vivo. È in ritardo -forse ancora immerso negli affari come tutti si aspetterebbero da un magnate della finanza di tale calibro- come lo sarà lui al suo lavoro di copertura -perché considera questo come il suo vero lavoro- se non si sbriga. Deve essere alla coffee house per le 20:00 e un ritardo, se qualcuno volesse fare delle indagini sul suo conto -caso fino ad ora quasi impossibile, dato che non ha mai lasciato alcuna traccia né è stato visto- sarebbe incredibilmente sospettoso.

Nel lussuoso ed imponente edificio davanti al quale lui è appostato, il migliore hotel dello Stato, e più precisamente nella camera verso la quale il suo fucile è puntato da precisamente mezz’ora adesso, come nota da una nuova lettura del suo orologio, le cose iniziano a movimentarsi. Getta la sigaretta velocemente e prende immediatamente il controllo del fucile. Il suo obiettivo è entrato nella camera e la sta attraversando, diretto verso la finestra lasciata socchiusa per far entrare un po’ d’aria -e di smog della città.

Non è ancora il momento.

L’obiettivo sembra cambiare idea e si volta di spalle a lui e alla finestra e sa, l’istinto gli dice, che è il momento di colpire. Uno dei suoi occhi controlla nuovamente la mira. La sua mano corre da sola, come se dotata di una mentalità propria, al grilletto e preme.

Solitamente detesta vivamente il caos perpetuo di New York City, ma in una situazione del genere non può che essergli di aiuto: nessuno ha udito lo sparo. Non può aver visto il proiettile, ma sa che è passato proprio attraverso la parte socchiusa, come aveva avuto intenzione di fare sin dall’inizio -non che si sarebbe fermato se la finestra fosse stata chiusa, ma così è decisamente meno rumoroso e ha più tempo per volatilizzarsi prima che qualcuno si accorda dell’omicidio. L’assassino si alza e prende il fucile. Senza alcuna fretta si abbassa a prendere il moncherino di sigaretta che aveva gettato via un minuto prima e scende dal terrazzo. Una sacca per il fucile è pronta poco più in là, poi gli basterà andarsene via senza farsi notare. Non sarà una cosa difficile: è sulla cima di un palazzo sede di una importante società, dove nessuno bada a nessuno e nessuno conosce tutti i suoi colleghi; lo scambieranno per uno qualsiasi che lavora lì dentro e neanche ci faranno caso a lui. L’unico problema è la sacca, che è difficile da nascondere, ma da killer professionista qual è, ha pensato anche a questo: un carrello delle pulizie lo aspetta all’interno del palazzo -ha chiuso il terrazzo con la scusa delle pulizie- e non sarà difficile nasconderla lì sotto. Insieme ai rifiuti getterà anche la sacca, per poi andarla a recuperare e in seguito a nasconderla.

Se sarà stato molto veloce, gli ci sarebbero voluti 30 minuti circa; poi in altri 30 minuti si potrà cambiare in abiti normali -nessuno dovrebbe vederlo camminare per le strade di New York vestito da uomo delle pulizie- e andare verso l’altro lavoro.

Per la paga purtroppo dovrà aspettare che il suo cliente si accerti che chi voleva morto sia effettivamente morto, ma è uno degli inconvenienti del mestiere e per la cospicua ricompensa che gli è dovuta vale davvero la pena aspettare.

La sigaretta è finita, ma la butterà tra i vari rifiuti fra poco -non sia mai che trovino il suo DNA- e lancia un unico ultimo ed indifferente sguardo all’uomo morto nella stanza dell’hotel.

“Avevi troppi nemici” dice e se ne va.

stesso giorno, ore 20:20

La Coffee House, il posto in cui lavora, non è molto pieno nemmeno oggi. Arthur non ha molto da fare se non preparare the o caffè o prendere altre bevande o dolci a vari clienti che si avvicinano al bancone ben illuminato, che per metà è occupato dalla cassa e dalla macchina per il caffè e per l’altra metà è modificato per essere un espositore dei dolci preparati lì. A proposito di dolci, nella stanza alle sue spalle, separata dal negozio da un muro che è interamente coperto dalle immagini di ciò che viene venduto e da un cartellone con i loro nomi e relativi prezzi, c’è Antonio che canticchia allegramente -Arthur può sentirlo; che diamine avrà da essere così allegro tutti i santi giorni?- mentre li prepara. L’odore che arriva insieme al motivetto di Antonio è paradisiaco. Il resto del locale è stato studiato per essere un posto familiare e confortevole: tavoli tondi di legno sono sparsi e le sedie sono anch’esse di legno. Le pareti sono color panna, coperte da qualche foto di qualche festa tenuta nel locale e di qualche film.

Il campanellino attaccato vicino alla porta trilla, e Arthur si volta verso il suono. Due uomini entrano nel locale e Arthur li riconosce subito: sono Alfred e Matthew, clienti fissi e lavorano nella polizia. Non sembrano vivaci come al solito, nota subito, mentre si guardano attorno godendo per un attimo del calore del locale rispetto al gelo esterno. Nello stesso momento in cui loro si incamminano verso il bancone, Antonio emerge dalla cucina con un vassoio pieno di ciambelle e, non appena li nota, li saluta allegramente.

“Ciao Antonio! Ehilà Arthur!” li saluta ad alta voce Alfred, coprendo così i saluti di Matthew. Arthur avverte un tono diverso nella voce di Alfred quando saluta proprio lui, ma non sa se è solo una sua impressione o no.

Non ha il tempo di ricambiare il saluto che Alfred nota il vassoio tra le mani di Antonio e si fionda al bancone. “Sono appena fatte? Ottimo! Ne prendiamo sei!” esclama a velocità record. Poi si appoggia sul gomito e osserva intensamente Arthur, il quale, imbarazzato, indietreggia. “Mi fai un mocaccino? Doppia panna”

“Per me un caffè semplice” dice Matthew alle sue spalle, ma rispetto al volume a cui Alfred parla, il suo sembra più un sussurro.

“e triplo cioccolato!” conclude Alfred.

Arthur borbotta tra se e se gli ordini mentre Antonio sistema le ciambelle.

“Sembra abbiate molto da fare stasera” dice Arthur ad Alfred mentre prepara i due caffè. All’espressione meravigliata di Alfred, aggiunge “A meno che tu non abbia deciso di ingrassare ancora di più”

“Hey! Io non sono grasso”

“Solitamente prendi un mocaccino semplice”

“Sorprendente Sherlock” dice Alfred in un’orribile imitazione di un accento inglese e fingendo di avere una pipa in mano.

“Elementare Watson” risponde Arthur. Per una volta, non gli dispiace stare al gioco. Alfred sorride e Arthur è letteralmente accecato dalla luce che il ragazzo emana.

“Comunque sì, io e Matt abbiamo un sacco da fare al momento e forse rimarremo su tutta la notte” dice Alfred osservando Arthur che fa i caffè, senza minimamente vergognarsi quando Arthur lo sorprende nel gesto. Accanto a lui Antonio ha già sistemato le ciambelle dei due e le altre nell’espositore, ma non torna subito in cucina. Sembra interessato alla discussione. Alfred è troppo interessato ad Arthur per notare altro però.

“Ah sì?” dice Antonio.

“Al Ritz è stato trovato un uomo morto. Sapete, quello famoso della finanza, straricco? Non mi ricordo come si chiama!”

Matthew dice il nome, ma nessuno riesce a sentirlo.

“Non si capisce davvero cosa sia successo, fatto sta che era tutto chiuso a parte la finestra che era appena socchiusa ed è stato colpito da un proiettile!” Sia Arthur che Antonio sono meravigliati.

“Sarà lunga…” dice Matthew.

“Ma risolveremo il caso! Siamo gli eroi della giustizia, noi due!” esclama Alfred.

10 febbraio, ore 12:10

Alfred è giù di morale. Non hanno trovato una traccia che sia una per prendere l’assassino. Certamente hanno delle informazioni su come è avvenuto il tutto, hanno passato giornate ad interrogare persone e a osservare i video della sorveglianza, ma non sono riusciti a scovare il killer. Hanno capito che è un killer professionista ed è lo stesso di altri casi irrisolti. Stanno lavorando duramente, ma persino l’idealistico Alfred ha capito che finché non succede altro non hanno modo di scovarlo.

Ha parlato di questo con Arthur quando lui era in pausa mentre Antonio puliva i tavoli, ovviamente evitando tutti gli elementi top secret.

“Mi dispiace Alfred” dice Arthur toccandogli lievemente il braccio. Ha il volto abbassato ma Alfred nota dalle orecchie totalmente rosse che è imbarazzato. A quanto pare che gli piaccia Arthur non è un mistero per nessuno e quando è così, rosso in volto ed imbarazzato non resiste proprio.

“Ehi Arthur” l’indirizzato alza finalmente il volto -è ancora un po’ rosso- e lo guarda con i suoi occhi smeraldini. Imbarazzato Alfred inizia ad inciampare nelle sue stesse parole “Tu- ehm. Cioè, volevo dire, insomma, usciresticonme?”

Arthur sembra impiegare un po’ a capire cosa ha chiesto e Alfred capisce che l’ha detto troppo in fretta. Non fa in tempo a ripetersi però, perché Arthur ha compreso e Alfred lo capisce quando il ragazzo assume un’espressione sinceramente desolata. Ancora prima che lui pronunci una parola, Alfred sente il cuore spezzarsi.

“Mi dispiace Alfred, vorrei davvero ma non posso. Devo lavorare, ho da fare tutto il giorno, e anche tu! Davvero non posso permettermi questo al momento” Arthur gli tocca una mano. Le sue dita sono leggere e fredde. Dalla sua espressione sembra che abbia anche lui il cuore spezzato in due come il suo, ma come potrebbe essere? Se davvero provasse ciò che Alfred prova, pensa, farebbe di tutto per stare con lui. “Vorrei veramente. Ma non posso.”

Alfred è davvero giù di morale.

stesso giorno, ore ??:??

L’assassino ride. Ancora una volta la polizia non ha modo di scoprire chi lui sia e la notizia non può fare a meno di rallegrarlo. Sentire la notizia direttamente da un membro della polizia, Alfred, completamente di sua volontà nel luogo in cui lavora, l’ha sicuramente rassicurato. Ancora un altro successo per lui.

Un po’ gli dispiace per il ragazzo che sembra aver perso per un po’ la fiducia in se stesso: è un bravo ragazzo, simpatico e anche gentile a modo suo e sono amici. Insomma lui è un assassino, ma non un completo mostro. Non odia il genere umano e ha anche lui dei sentimenti. Però farsi scoprire per restituire la fiducia ad Alfred è fuori questione. Si rallegrerà presto come fa sempre e tornerà alla coffee house con quel sorriso allegro stampato sulla faccia.

20 marzo, ore 8:05

Arthur ha aperto il locale insieme ad Antonio da appena cinque minuti e Alfred è già dentro e ha ordinato il mocaccino doppia panna e triplo cioccolato e il dolce con più zucchero che hanno a disposizione. Il ragazzo sorride e ride agli scherzi di Antonio e alle battute di Arthur, ma il suo sorriso, Arthur lo nota subito, non arriva agli occhi azzurri che sembrano persi in altro. Anche Alfred nel ristretto arco di tempo che va da quando è entrato nel locale fino ad ora si è perso più volte nei suoi pensieri; riscosso poi da Antonio o Arthur, ha risposto con una risata che è colpa della mancanza di caffè. Quando succede per l’ennesima volta, Arthur davvero non ce la fa più.

“Alfred, che succede?” chiede in un tono parecchio irritato. Le sue mani sono poggiate sui fianchi e gli occhi lo scrutano severi -forse anche un po’ preoccupati, ma non lo ammetterebbe per tutto l’oro del mondo.

“Niente!” esclama Alfred troppo velocemente saltando dalla sedia, sorpreso. “Te l’ho detto, ho bisogno del mio caffè mattutino”

“Non prendermi in giro. Anche senza caffè non sei mai così… così…” non riesce a trovare una parola giusta per descriverlo. Agita la mano frustrato, indicando chiaramente il volto di Alfred. Prima che possa battere sonoramente un piede sul pavimento per esprimere in modo più completo la sua frustrazione, Antonio interviene.

“Privo di vita?” chiede, poggiando il caffè di fronte ad Alfred, che -Arthur ne è immensamente sorpreso- soffia sul suo mocaccino aspettando che si raffreddi prima di berlo. Questo assolutamente non è da Alfred.

“Esattamente. Abbiamo già capito che sei pieno di lavoro -doppia panna e triplo cioccolato, davvero, vuoi ingrassare?- ma cosa altro succede?”

“C’è stato un altro omicidio e siamo sicuri che è lo stesso killer di poco più di un mese fa, ma non abbiamo ancora tracce. Non sappiamo cosa fare, perciò ci hanno tolto il caso.” Arthur non ne è sicuro ma gli sembra che Alfred stia facendo il muso. Non fa fatica a dipingerlo nella sua mente davanti ai suoi superiori con il muso quando gli hanno dato la notizia. Chissà se ha provato la faccia da cucciolo anche con loro; è una espressione che Arthur ha subito molto spesso e alla quale non riesce a dire di no e Alfred lo sa e la sfrutta, da bastardo quale è, per fare confessare ad Arthur cose che non vuole dire.

“Aspetta, eri preoccupato per me?”. Cose come questa, appunto. Alfred sembra illuminarsi tutto d’un colpo non appena realizza ciò.

“No.” replica Arthur, spostando il volto verso il muro. Non deve arrossire, non deve arrossire. E perché Alfred non la smette di emanare luce? E perché non la smette di guardarlo? “Non ero preoccupato per te, ma per me! Se ti vedono giù di morale, perdiamo clienti!” aggiunge frettolosamente.

Alfred ride divertito, beve un po’ di caffè e dice “Dovremmo davvero uscire insieme”

Arthur nota che è arrossito un poco pure lui. Alfred è davvero un bravo ragazzo e gli p- gli interessa: davvero non uscirebbe con lui? Ricorda quella volta che gli ha detto che non poteva; sul volto di Alfred aveva potuto leggere a chiare lettere ‘cuore spezzato’. Non vuole che Alfred si senta così perché davvero non se lo merita, anche se non riesce a capire cosa ci trovi in lui, Arthur Kirkland, per soffrire così tanto per un semplice diniego. Osserva Alfred bere il mocaccino, e gli sembra stare meglio da quando è entrato nel locale. Sa che la frase è stata detta in modo giocoso, ma ha avvertito una tenue speranza. Potrebbe fare finta di niente e andare avanti, oppure rispondergli. Inconsapevolmente si volta alla ricerca di Antonio per chiedere aiuto, ma il ragazzo è scomparso, forse nelle cucine. Sicuramente sta aspettando il momento buono per uscire e prenderlo in giro, il bastardo.

Ed ecco che è di nuovo arrossito non appena si decide a parlare. Dovrebbe fare qualcosa per questo problema perché è davvero imbarazzante, pensa distrattamente. “Solo se non mi prenderai più in giro” borbotta.

È bastata un’unica frase per far tornare Alfred come era prima e ciò sorprende Arthur. Il ragazzo sta sorridendo come non mai e sembra parecchio felice. Si alza in piedi e abbraccia Arthur -mozzandogli il fiato, tra l’altro- nonostante ci sia un bancone a separarli e abbia seriamente rischiato di far cadere il caffè addosso ad entrambi.

“Certamente!” esclama dritto nelle sue orecchie.

“Alfred… non respiro” farfuglia Arthur. Sta diventando sempre più rosso, stavolta non per l’imbarazzo, ma perché veramente non riesce più a respirare.

Alfred se ne accorge e lo lascia, ma il sorriso non scompare dal suo volto. “Usciamo stasera!” esclama e Arthur non ha nemmeno il tempo di ribattere che Alfred riprende “Ti vengo a prendere alle nove, ci vediamo qui e ti porto in un posto fantastico, non te ne pentirai!”

Detto questo, lascia quanto deve sul bancone, finisce tutto d’un sorso il mocaccino, prende il suo dolce e se ne va salutando ad alta voce.

“Quindi ora esci con Alfred!” Antonio è improvvisamente ricomparso accanto a lui e sorride come un maniaco. “Siete fatti l’uno per l’altro! Alfred pensa fin troppo al suo lavoro e gli farà bene uscire un po’ anche se sembra che tu abbia una scopa infilata nel culo. Ti rilasserai un poco anche tu!” Arthur sospira. È proprio come aveva previsto, pensa, prima di prepararsi a tirare un pugno ad Antonio. Scopa infilata nel culo, ma davvero?

5 maggio, ore 2:40

Ei fu.

Questo è quello che pensa l’assassino osservando la nuova vittima distesa sul pavimento. Una pozza di sangue si sta allargando sempre di più, ma l’assassino si allontana dalla scena del crimine, stavolta la casa di un ricco imprenditore, prima che essa arrivi a toccare i suoi piedi. L’ultima volta che ha commesso un omicidio su commissione è stato circa un mese e mezzo fa e un po’ gli mancava la sensazione che si prova quando uccidi una persona. Si sa, dopo la prima volta ne senti il bisogno, ancora e ancora. Si sente quasi un vampiro assetato di sangue, che colpisce solo quando il buio della notte avvolge la città.

Il rumore dei suoi stivali neri che battono leggeri sul pavimento è l’unico che si ode nella casa oltre al ticchettare degli orologi. La porta di ingresso è un piano più giù e l’assassino vi si dirige con calma, fino a quando si sente il rumore di quella stessa porta che sbatte. Il sangue gli si gela nelle vene.

“Sappiamo che sei qui e non puoi fuggire! Arrenditi subito!” sente dire. Riconosce immediatamente la voce: è Alfred.

L’assassino non è uno stupido e non si arrenderà fin quando non si troverà in una cella di massima sicurezza -e anche in quel caso forse proverebbe a fuggire; inizia a salire le scale per il terzo piano, dove ha preparato un’altra via di fuga. Passi più pesanti, lo sente, lo stanno seguendo. È solo quando è in piedi alla punta del terrazzo che però il poliziotto lo raggiunge alle sue spalle, a una distanza di circa 3 metri, da quanto può capire con il solo udito.

“Getta le armi, alza le mani e voltati!” è ancora Alfred.

L’assassino non si può permettere di essere riconosciuto, lo sa. Una sensazione simile al panico lo avvolge, ma rimane comunque razionale: proprio adesso non può permettersi nessun errore e ha bisogno di tutte le sue facoltà mentali. Fa cadere una pistola e un pugnale attaccati alla sua cintura e alza lentamente le mani. La luce di una torcia gli si avvicina.

“Bene, adesso voltati!”

L’assassino non ci pensa nemmeno. Invece allarga le braccia e si getta nel vuoto. Un colpo di pistola lo segue e gli ha quasi perforato il braccio, ma questa deve essere la sua notte fortunata, perché lo ha mancato per un millimetro appena. Sa cosa sta succedendo dietro di lui o può immaginarlo molto bene: Alfred ha esclamato una imprecazione ed è corso verso il punto da dove si è buttato per vederlo cadere, ma è impossibile dato che il buio lo protegge perfettamente.

stesso giorno, ore 8:30

“Era un uomo, di struttura più piccola della mia, magro. No, non ho visto la faccia, era di spalle a me e non ha detto una sola parola. I capelli… Devono essere biondi o castani, non saprei dire con quel buio…” è tutta la notte che Alfred ha ripetuto queste parole. Dopo che si è gettato da quella considerabile altezza, non è stata ritrovata alcuna traccia dell’assassino. Alcuni suppongono che sia morto e che il suo cliente abbia fatto rimuovere il corpo in tutta velocità per evitare collegamenti e ritengono impossibile che sia sopravvissuto senza l’aiuto di un paracadute. Alfred non sa che pensare.

Quello che non ha detto ai suoi colleghi, nemmeno a Matthew, è che la sagoma dell’assassino gli è stranamente familiare. Non ha idea di chi sia, ma potrebbe essere qualcuno che conosce, forse un infiltrato nella polizia. Nonostante gli diano sempre dello stupido, lui non lo è veramente; se lo fosse, avrebbe spifferato questa cosa ai quattro venti e avrebbero immediatamente perso un’altra traccia dell’assassino. Con una tale informazione può indagare per conto suo, almeno.

“Hai passato tutta la notte in piedi o mi sbaglio?” la voce di Arthur lo riscuote dai suoi pensieri. Alfred è seduto a un tavolo della coffee house da un po’ ormai. Non ha ordinato niente da quando è entrato, ma Arthur gli porge un normale mocaccino e poggia sul tavolo una tazza elegante. Alza il volto per osservare Arthur, che dopo un po’ di appuntamenti andati bene -tutto sommato basta non portarlo al McDonald’s e mostrare un po’ di attenzione e interesse nei suoi confronti- può anche chiamare il suo ragazzo.

“Cos’è quella?” chiede, indicandola.

Arthur si siede di fronte a lui. “The, per me” Alfred sorride quando capisce che Arthur ha intenzione di stare seduto un po’ con lui se ha deciso di portare una bevanda anche per lui. “Dovresti dormire la notte, anziché stare in piedi a giocare ai tuoi videogiochi” continua l’inglese con un’aria di disapprovazione.

“Si mamma” dice Alfred, fingendosi annoiato, ma il sorriso rovina lo spettacolo. Con un cenno del volto saluta Antonio che è poco lontano e che ricambia agitando la mano. “Non stavo giocando ai videogiochi. Ho incontrato l’assassino misterioso stanotte”

Arthur salta letteralmente dalla sedia e lo scruta con aria preoccupata alla ricerca di ferite. “Ti ha colpito? Che è successo? Perché ha incontrato proprio te? Saresti potuto non tornare più! L’avete catturato?”

Alfred ride alla preoccupazione del ragazzo, che arrossisce e si risiede. “Non mi ha fatto niente, si è buttato giù e se n’è andato”

Arthur borbotta un silenzioso ‘grazie al cielo’ e beve un sorso di the.

“E poi sono io che sono andato a incontrare lui”

Ci manca poco che Arthur gli sputi il the addosso e Alfred non può trattenere le risate. “Ma sei pazzo?” esclama aggrottando le sue enormi sopracciglia. “Sei andato a cercare un assassino professionista!”

“Però sono ancora tutto intero” dice Alfred, ma Arthur sembra non volersi calmare. È furioso. Alfred poggia le mani su quelle chiuse a pugno di Arthur, che tremano leggermente. “Senti, abbiamo avuto questa dritta. Quell’assassino ha ucciso tante persone e dobbiamo prenderlo. Tutti stanotte eravamo pronti a rischiare la vita, perché era un sacrificio che andava fatto, mi capisci? Non possiamo farlo continuare a uccidere persone innocenti senza provare nemmeno a prenderlo solo perché temiamo per le nostre vite”

Arthur di fronte a lui è rosso in volto e scosso. I suoi occhi verdi esprimono preoccupazione. “Stupido” dice. “Sei solo uno stupido idiota con la mania dell’eroe”. I suoi pugni si aprono e lascia che Alfred gli stringa le mani.

“Uno stupido idiota con la mania dell’eroe che ti piace. E questo fa di te l’idiota più grande!” scherza ridacchiando. Arthur gli schiaffeggia la mano giocosamente ed è più simile a se stesso.

20 settembre, ore 4:00

Sono passati esattamente sei mesi da quando Arthur ha accettato di uscire con lui e si sente in colpa perché, invece di essere a casa sotto le coperte al sicuro come Arthur vorrebbe, Alfred è nascosto in una enorme villa in attesa che qualcosa accada.

Da quella volta in cui ha visto l’assassino non ci sono stati altri delitti di cui la polizia è informata commessi da lui, fino a quando, qualche giorno prima, un informatore li ha avvisati che sarebbe avvenuto un nuovo omicidio. Non sa chi sia l’assassino, ma sa chi è il suo cliente e altre informazioni utili. La futura vittima, una volta saputo ciò, ha deciso immediatamente di aiutarli. La sua camera e la villa sono circondate da tutte le forze di polizia disponibili, pronti a prendere il famigerato killer.

L’attesa è irritante per Alfred che solitamente non riesce a stare un minuto fermo. L’assassino non si è ancora fatto vivo e stanno aspettando dalle 19 del giorno prima. Hanno tutti notato che l’assassino attacca solo quando è buio, per cui si sono preparati in anticipo. Sembra però che l’assassino li voglia prendere per sfinimento, così che possa concludere il suo lavoro -sempre se sa che stanno lì e tutti sperano sinceramente di no. Sarà poco onorevole per un eroe come lui, ma perché la giustizia trionfi Alfred è pronto anche a questo.

Sente tossire nella stanza in cui ‘riposa’ la vittima designata e alcuni suoi uomini vanno a vedere cosa è successo. Alfred intanto sente dei passi nella stanza vicino alla quale è appostato, la biblioteca e decide di dare un’occhiata. La stanza non è sorvegliata perché le due entrate sono in ogni caso vigilate e c’è un’unica finestra che non si può aprire; sarebbe solamente uno spreco di uomini. Del resto, cosa ci potrebbe fare un assassino in una biblioteca? Alfred entra lasciando la porta aperta e si guarda intorno per la stanza; non c’è niente se non un’enorme raccolta di libri. Un lieve clang e il rumore della porta bloccata lo fanno girare immediatamente. Nel buio della sala intravede una forma e sa, perché qualcosa dentro di sé glielo sta urlando, che la persona davanti a lui è l’assassino. Dovrebbe sparare, ma non può rischiare di colpire un collega innocente. Per un attimo non sa che dire.

Fuori dalla porta si odono nuovi passi veloci e voci e di nuovo gente che corre. Alfred corre subito verso la seconda porta, che dovrebbe aprirsi su un altro corridoio, ma anche quella è chiusa.

“Apri la porta” ringhia verso la figura nascosta dal buio “Devo sapere cosa è successo”

“Non è ovvio?” chiede la figura in tono quasi -anche se non ne è molto sicuro- divertito. La sua voce è fin troppo familiare. Terribilmente familiare. “È morto”

La voce di Alfred trema leggermente quando chiede “Cosa ci fai tu qui?”. Non vuole sentire la risposta. Non vuole.

“Lo sai benissimo anche tu Alfred.” Lievi passi risuonano nella sala altrimenti silenziosa. “Sono io l’assassino”

Tenui luci illuminano la sala. Alfred si trova di fronte a degli occhi verdi e un sorriso sardonico che mai e poi mai avrebbe voluto vedere in una circostanza simile. Il suo cuore sembra spezzarsi di nuovo. È Arthur l’assassino, la persona che ha cercato per tutto quel tempo e che aveva sempre avuto sotto gli occhi. Gli aveva persino chiesto di uscire.

“Oh no, no, non fare questa espressione, amore” dice Arthur avvicinandosi a lui e girandogli intorno come un gatto sospettoso.

“Non mi chiamare così!” esclama Alfred. È triste e furioso allo stesso tempo e ha deciso di ignorare la prima sensazione.

“Non urlare così, amore. Non vorrei per nulla al mondo che ci scoprano” sussurra Arthur, che al momento è alle sue spalle, nel suo orecchio mentre una sua mano  gli copre la bocca, mostrando più forza di quanto Alfred immaginasse. È seriamente tentato di morderla, ma ancora quel qualcosa dentro di sé gli impedisce di fare male ad Arthur. Non l’ha detto prima, ma lo ama. O lo amava. Non lo sa più, pensa quando lo guarda. È un assassino. Un lurido assassino che si è preso gioco di lui e dei suoi sentimenti per avere informazioni. Per una persona simile non dovrebbe provare questo genere di sentimenti.

La furia che prova deve essere evidente, perché Arthur dice “Ho cercato di rifiutare, Alfred, ricordi? Ho cercato di rifiutare di uscire con te, perché non volevo rischiare di essere scoperto. Poi ti hanno tolto i casi riguardo ai miei assassinii e dato che mi piaci ho deciso di darti una possibilità”

Alfred non gli crede. Non vuole crederci. Ha i pugni stretti, cerca di contenere la sua rabbia. La mano di Arthur si allontana dalla sua bocca per accarezzargli una guancia, scendere leggermente lungo il suo corpo e poi poggiarsi su un fianco di Arthur.

“Bene, hai deciso la cosa giusta” dice, riferendosi al suo silenzio. Riprende a camminare attorno per poi fermarsi di fronte a lui. “Ricorda però che se fai un solo rumore, farò in modo che incrimino anche te come complice”

“Bastardo” gli dice Alfred. È uscito per sei mesi con Arthur ed è intrappolato nella biblioteca con lui da quasi un’eternità e Arthur ha provato di essere un grande attore: non ci vorrebbe niente perché anche lui venga arrestato.

“Inconvenienti del mestiere” dice Arthur. Controlla l’orologio e guarda distrattamente la finestra. “Abbiamo ancora due minuti prima che decidano di cercarmi anche qui. Hai qualche cosa da chiedermi prima di salutarci per l’ultima volta?”

“Ultima volta?”

“Mi hai visto e sai chi sono, mi pare il momento più adatto per andare via da qui.”

“E chi ti dice che non riusciremo a prenderti?”

Arthur sorride divertito. “Sono un professionista”

“Come lo sono io”

“Non hai altro da dire? Davvero? Una dichiarazione di odio eterno sarebbe perfetta per una simile occasione” dice Arthur. Il tono è di qualcuno che sta facendo una semplice chiacchierata un giorno qualunque, non di un assassino che sta per scappare via.

“Hai davvero finto davvero tutto con me?” Alfred davvero non può trattenersi dal fare questa domanda, anche se sa che molto probabilmente gli farà male. Parecchio male.

Lo sguardo di Arthur è enigmatico. “È una domanda alla quale non posso rispondere. Tu non fare tanti viaggi con quella tua testolina però. Va’ avanti con la tua vita e non cercarmi per una risposta.”

Alfred non ha il tempo di rispondere: Arthur guarda il suo orologio e gli si avvicina “Alfred F. Jones, è l’ora di salutarci. Non so se incontrarti è stato un piacere o una scocciatura…” dice. Il suo volto è a pochi centimetri da quello di Alfred ormai, che lo studia un ultima volta con attenzione. Arthur non perde tempo: lo afferra per il bavero della camicia e lo tira a sé. Le loro labbra si incontrano in un ultimo bacio. “... ma è stato parecchio interessante. Addio” le ultime parole sono mormorate praticamente sulle sue labbra, seguite da un colpo deciso dietro al suo collo.

Alfred perde i sensi. L’ultima cosa che riesce a percepire è il rumore di vetri infranti, un’ombra che salta giù e il rumore di una porta che viene forzata.

1 ottobre, ore 20:00

Alfred è steso sul suo letto, annoiato. Ci sono giorni in cui non gli va di fare niente: videogiochi e televisione proprio non gli vanno, i fumetti deve leggerli ed è uno sforzo che non si sente di fare e anche uscire di casa per prendere un hamburger, il suo piatto preferito, è troppo per lui. Può essere iperattivo quanto gli pare, ma questi momenti possono prendere anche lui. È in questa posizione già da un po’, nota distrattamente quando la sua lampada a bolle non basta più ad illuminare la stanza.

Dopo gli eventi di poco più di una settimana fa, Alfred è andato in ferie. Di ciò che è accaduto nella biblioteca non ha detto una parola, nemmeno l’identità dell’assassino –cosa che lo fa sentire davvero un anti-eroe. Ha detto che aveva sentito dei passi nelle biblioteca, era entrato per verificare e l’assassino gli aveva fatto perdere i sensi.

Arthur è sparito senza dire una parola a nessuno. Sicuramente non è più nella zona nella quale può muoversi come membro della polizia e lui non può fare più niente. Mentre un normale assassino andrebbe in un Paese caldo dove ci si diverte e si prende un sacco di sole, Alfred immagina Arthur da qualche parte in Inghilterra, la patria a cui voleva ritornare – “per iniziare una nuova vita”, gli aveva detto. È così intelligente che sicuramente già sapeva che Alfred non avrebbe aperto bocca sul suo conto e non deve aver avuto difficoltà ad andarsene. Alla coffee house, Antonio è piuttosto perplesso.

La domanda di Alfred -se Arthur gli ha mentito o no durante la loro relazione- alla quale Arthur non ha risposto è una questione ancora aperta. Alfred ha realizzato -e ciò lo frustra parecchio- che è ancora innamorato di Arthur o altrimenti avrebbe già rivelato tutto, ma Arthur? Ripensa spesso alle loro discussioni e alle reazioni di Arthur e soprattutto alla loro ultima chiacchierata, ma non ha saputo trovare una risposta.

“Ma guarda in che stato ti ritrovo” lo immagina Alfred tanto vividamente che quasi scorge la sua faccia nel buio e sente la sua voce che lo prende in giro “Ti avevo detto chiaramente di non fare viaggi con la tua testolina, ricordi? … Ti posso capire però. E non sto dicendo che mi manchi, hai capito?”

Alle ultime due frasi, sussurrate a bassa voce, Alfred si accorge che non è uno scherzo della sua immaginazione. Si alza di scatto e per un attimo non vede nemmeno la tenue luce della sua lampada. Poi però, la forma del volto che ha più volte desiderato vedere inizia a distinguersi dal buio. La luce si accende e Arthur, quello reale, è di fronte a lui.

Alfred trattiene a malapena un sorriso “Che diamine ci fai qui?” chiede.

“Affari personali. Dato che sono ancora qui, ho deciso di salutarti di nuovo.”

“E se provassi a farti arrestare adesso?”

“Non lo faresti” risponde Arthur. Alfred è tentato di chiamare davvero la polizia. Si guardano con aria di sfida e, Alfred nota negli occhi del suo ex-ragazzo, quasi tenerezza. C’è silenzio tra i due per qualche minuto ed è Arthur a romperlo.

“Ora devo andare” dice. Sembra imbarazzato per qualcosa, ma Alfred non ne è sicuro. Non è sicuro riguardo a niente, se si parla di Arthur ormai. “Addio” dice e se ne va.

Alfred però non sente la porta d’ingresso chiudersi. Dopo un paio di minuti buoni Arthur ritorna nella sua camera. È rosso fino alla punta dei capelli.

“Non era quello il motivo per cui sono venuto” confessa a viso basso giocherellando nervosamente con le mani.

“Allora qual è?” chiede Alfred.

“Volevo chiederti, visto che siamo stati tanto tempo insieme e sì, lo ammetto, mi piaci, se tu volessi venire con me”

“In Inghilterra?!” chiede Alfred, sorpreso.

Arthur è ancora più sorpreso che Alfred lo abbia capito, ma sembra decidere di chiedere altro “Sì, a Londra, a vivere con me”

“Perché dovrei venire?”

“Perché mi ami e a-anche io t-ti… insomma quello.” Alfred lo guarda intensamente. “Sì, ti amo!” esplode Arthur, irritato. “Ed è vero! Ti amo! Sei contento di sentirlo? Sei contento di avermi fatto questo?”

Alfred lo blocca “Niente assassinii?”

“Niente assassinii” risponde Arthur dopo un attimo di esitazione dovuto alla sorpresa.

Alfred impiega un po’ di tempo a decidere mentre Arthur aspetta in silenzio alla porta, con un’espressione che cerca di essere il più neutrale possibile. Sta tremando, nota Alfred, ma la stanza è piuttosto calda. La scelta non è facile. Alfred non sa nemmeno se fidarsi di Arthur, che sembra così tanto diverso dall’ultima volta che l’ha incontrato, quasi un’altra persona. È per lui che dovrebbe lasciare la sua patria. Vale la pena provare di nuovo con una persona che sembra non conoscere più ma che tuttavia sente di amare al prezzo di lasciare il posto in cui è vissuto per così tanto tempo?

La scelta è fatta. Osserva Arthur, che capisce che il momento è arrivato e cerca di mantenere un’espressione distaccata, anche se è ovvio che è ansioso.

Alfred sorride “Verrò con te”

Di fronte a lui Arthur è tanto felice da non riuscire più a capire cosa fare.